Lavoro Se

Dal lavoro come diritto (articolo 4 della Costituzione), si è passati al lavoro quale obbligo; dal diritto a percepire una retribuzione che permetta al lavoratore una “esistenza libera e dignitosa” (art. 36 C.), si è arrivati alla stagnazione dei salari, da oltre 30 anni, e all’austerità.

La grande massa di disoccupati è stata volutamente creata per abbassare le “pretese” di chi cerca un’occupazione, costringendo le persone ad accettare condizioni di lavoro ingiuste e talvolta disumane. Al contempo, la precarizzazione del mondo del lavoro ha colpito trasversalmente diverse categorie di lavoratori, soprattutto le donne, i giovani e i lavoratori stranieri. Ancora irrisolta è la situazione di chi lavora fuori dalle tutele dei contratti nazionali del lavoro.

La mancanza di strumenti veri e universali di sostegno al reddito e la riduzione del reddito “indiretto” – ossia quello legato ai servizi pubblici (scuola, università, sanità, servizi sociali, trasporti, casa, etc.) – ci spinge a lavorare qualunque siano le condizioni che ci vengano offerte, qualunque salario ci venga proposto, obbligandoci ad accettare proposte di lavoro criminali, con orari disumani e in condizioni di insicurezza.
Non contano le nostre inclinazioni, le nostre esigenze, i nostri sogni: si chiama ricatto, non diritto al lavoro.

Nel frattempo, il solco tra i mega profitti (di pochissimi) e le retribuzioni è diventata una voragine, così come la differenza tra i ricchi (spesso evasori ed elusori tributari) e i poveri è diventata indecente I rimedi a tale situazione non vanno ricercati nelle formule del passato, ma ridefinendo il ruolo delle persone nella società, il ruolo del lavoro per il progresso collettivo, in correlazione con la transizione ecologica e i diritti sociali universali.

Occorre spezzare questo perverso “socialismo al contrario”: profitti per i pochi, austerità per tutti gli altri.

D’ora in poi, lavoro se il mio salario è dignitoso; lavoro se il mio lavoro rispetta l’ambiente; lavoro se sul mio luogo di lavoro sono rispettati i diritti sindacali; lavoro se non ho altre priorità legate alla mia vita personale e familiare.

D’ora in poi, lavoro solo se decido di volerlo fare!

Per recuperare spazi di libertà e innalzare le condizioni di lavoro, abbiamo alcune soluzioni.

Reddito di Base Universale e Lavoro di Cittadinanza (Job Guarantee)

E’ urgente introdurre un sostegno economico che sia universale, di base, incondizionato. Siamo cittadine/cittadini, dunque abbiamo diritto a una vita libera e dignitosa anche quando siamo fuori dal mercato del lavoro. Un reddito di base di questo tipo è utile, oltre che per garantire i consumi essenziali, anche come strumento che possa aiutarci a gestire le transizioni: dalla disoccupazione al lavoro; dal lavoro subordinato a quello autonomo; dal lavoro alla formazione – e viceversa; dal lavoro alla cura genitoriale/parentale, ecc.

Il reddito di base universale non deve essere sovrapposto alle altre politiche pubbliche di lotta alla povertà, ma neanche essere una politica attiva per il reinserimento nel mondo del lavoro; né dovrà essere finanziato con gli strumenti di fiscalità generale derivanti dalla tassazione di altre lavoratrici e altri lavoratori.

Il reddito di base universale è uno strumento profondamente democratico, volto a dare dignità e cittadinanza in senso sostanziale. In un’ottica femminista, è strumento per promuovere l’autodeterminazione soggettiva e la libertà di scelta. E’ inoltre uno strumento di lotta contro le nuove forme di sfruttamento, contro i “junk jobs” (lavori spazzatura) come tutti quei lavori che sfuggono alla regolamentazione.

Infine, va creata occupazione, che permetta di riassorbire la disoccupazione e la sottoccupazione alleggerendo il conflitto tra esclusi-inclusi del mercato del lavoro.

Bisogna essere chiari e determinati: lo Stato deve al più presto varare un piano straordinario di assunzioni. Le politiche restrittive e dei sacrifici hanno reso impossibile l’investimento in risorse umane per la pubblica amministrazione. Oggi bisogna porre rimedio a questo deficit di occupazione pubblica anzitutto disvelando il falso mito che in Italia ci sono fin troppi dipendenti pubblici, soprattutto se in confronto con altri paesi europei.

Più in generale, un piano per l’occupazione pubblica servirebbe a porre rimedio all’abbandono in cui versano le Amministrazioni del settore sociale e del welfare in generale, nel settore sanitario, nella scuola e nella ricerca.

Accanto a questo, servono strumenti innovativi: proponiamo dunque un più ambizioso piano per il Lavoro di Cittadinanza sull’idea originaria del Job Guarantee.

I programmi del “Lavoro di cittadinanza” mirano a offrire lavoro a chiunque ne faccia richiesta, nel luogo in cui abita, per cui verranno coordinati a livello locale – attraverso assemblee cittadine, prevedendo il più ampio coinvolgimento delle comunità locali -, contribuendo così anche a incentivare il ripopolamento dei piccoli e medi centri. La garanzia di lavoro dovrà essere strettamente collegata alla transizione ecologica che offrirà nuove opportunità per ammodernare le infrastrutture, contribuire a progetti per la sostenibilità e la riconversione industriale, e per la salvaguardia e la cura dei territori, per un’agricoltura totalmente biologica.

Un grande piano occupazionale che garantirebbe l’impiego nel settore pubblico e non profit così da sostenere tramite l’intervento pubblico la domanda di lavoro, investendo in formazione sul lavoro e ottemperando alle necessità sociali e infrastrutturali dei territori, spesso trascurate dal mercato. I salari legati al “lavoro garantito” saranno posti a un livello “minimo” che assicuri una vita dignitosa su scala nazionale.

Riduzione dell’orario, diritto alla disconnessione e aumento dei salari

Molti (a sinistra) dicono: occorre lavorare di meno per lavorare tutti, sbagliato! occorre lavorare di meno, punto!

Poi si precisa: lavorare meno, a parità di salario, sbagliato anche questo! occorre lavorare meno e aumentare i salari.

Sulla prima questione, siamo convinti che oggi serva lavorare meno per recuperare spazi di vita. La conquista del novecento (8 ore di lavoro – 8 di svago – 8 per dormire) è stata superata non tanto dalle “macchine”: essa risulta piuttosto depredata tramite la “tecnologia”. Dal work-life balance, siamo passati al work-life “blending”: oggi i tempi di vita e quelli di lavoro sono, appunto, “mescolati” senza soluzione di continuità, siamo vittime di un “tempo di lavoro senza fine”, forse perché la stessa tecnologia è parte “naturale” della nostra vita, dei nostri stili di consumo e delle nostre relazioni sociali: chattare, twittare, postare, comprare o pagare on-line, sono azioni normali e che dilatano lo spazio temporale entro il quale ci muoviamo: siamo attivi H24, produciamo (illimitate) informazioni, rispondiamo a ogni notifica, diciamo a tutti dove siamo, con chi, perché, cosa mangiamo, cosa ci sta in quel preciso momento emozionando o facendo adirare.

Quando oggi si parla di riduzione dell’orario di lavoro, è questo modello relazionale del lavoro che occorre considerare. Se, ad esempio, posso lavorare meno ore (in ufficio), ma essere in ogni luogo o periodo del giorno raggiungibile, è evidente che il concetto stesso di orario di lavoro, o meglio di “tempo in cui si è a disposizione” che va modificato, prevedendo il diritto alla disconnessione e alla non confondibilità tra strumenti di lavoro e strumenti privati.

Tutto ciò è stato ancora più chiaro durante la pandemia: il lavoro era “smart” ma solo per le aziende: per le lavoratrici e i lavoratori si è trattato di “homeworking” senza regole, senza limiti. Se in futuro si vorrà ricorrere a tali formule, che sono comunque utili, è bene che siano definiti confini e regole certi.

Senza limiti e senza diritti, ogni lavoratore e ogni lavoratrice è vittima del ricatto per cui se si è connessi, allora si è reperibili. Tutto il resto è secondario. A questo sistema “cronofago”, che sottomette il tempo di ogni lavoratore alla prepotenza della produzione, bisogna opporsi con forza, con una netta distinzione fra tempo del lavoro e tempo privato, riaffermando il diritto alla disconnessione e al proprio tempo libero.
Occorre anche aumentare i salari perché negli ultimi tre decenni, le politiche contro il lavoro hanno determinato, tra gli altri, un notevole abbassamento del livello dei nostri salari, stipendi e compensi. Non è un caso che le dinamiche salariali siano state fortemente “rallentate”, allo stesso modo di come non sono incidenti della storia l’alto tasso di disoccupazione, la sotto-occupazione, etc. Il sacrificio dei salari è stato imposto sull’altare delle esigenze antinflattive, utile per rendere l’export più competitivo (almeno di alcuni, ben noti, Paesi).

La riduzione dell’orario non può, dunque, slegarsi da una lotta sull’aumento dei livelli salariali, anche perché si potrebbe arrivare al paradosso per cui determinate categorie di lavoratori, avendo più tempo per loro stessi, non avrebbero risorse sufficienti per impegnarlo proficuamente ad esempio, per viaggiare, per frequentare un corso di formazione o, più banalmente, per iscriversi in palestra.

L’aumento dei salari deve avvenire sia in maniera indiretta (attraverso il reddito di cittadinanza universale e di base – che, di fatto, rappresenterebbe il gradino minimo di retribuzione proponibile – e l’aumento dell’occupazione, attraverso il Lavoro di Cittadinanza) sia direttamente attraverso la contrattazione collettiva, ad esempio, alleviando la pressione fiscale sugli aumenti salariali contrattati.